Fondamentalismo religioso: un pericolo per la pace

Non ci sarà mai pace nel mondo finché l’Uomo non sarà riuscito a soffocare il fondamentalismo religioso che distorce l’immagine di Dio e impedisce l’autenticità delle relazioni umane.

Il fondamentalismo è comune a tutte e tre le Religioni monoteiste e si fonda sulla non negoziabilità di specifici dettami religiosi ed etici, derivati dalle Scritture, che si pretende siano riconosciuti e rispettati da tutti gli abitanti del pianeta terra.

In altre parole, il fondamentalismo pretende un’affermazione dell’autorità religiosa come olistica ed assoluta senza riservare alcuno spazio alla possibilità di critica e/o limitazioni.

La ragione illuministica, ieri come oggi, non può vantare alcun diritto d’asilo in seno al fondamentalismo il cui autoritarismo si spinge a pretendere che la Religione ispiri la politica ed il governo.

Il fondamentalismo si è dato una missione, quella di stabilire la teocrazia sulla terra e di utilizzare la propria influenza politica per indurre lo Stato a emanare leggi e regolamenti di governo che diano al proprio credo la forza di una legge secolare, con la quale convincere tutti a vivere secondo i propri precetti morali.

Alcuni precetti sono comuni a tutte e tre le Religioni monoteiste, altri diversificano fra loro sia nella forma che nella sostanza e ciò induce il fondamentalista a cercare di sopraffare anche fisicamente e fino al totale annientamento chi non è disposto a far propri e rispettare quelli che lui ritiene essere gli unici e veri comandamenti impartiti da Dio.

Il fondamentalismo religioso non si manifesta sempre allo stesso modo e con pari autoritarismo e violenza nelle tre Religioni monoteiste, ma con sfaccettature diverse, che risentono delle tradizioni e della evoluzione della cultura dei luoghi ove una determinata Religione ha trovato maggiore diffusione.

Proviamo ad esaminare separatamente le tre forme di fondamentalismo, cominciando da quello cristiano.

FONDAMENTALISMO CRISTIANO

CristianoGià ai tempi di Cristo il fondamentalismo affiorava fra i suoi discepoli. In Luca 9, 51-55, si legge di Gesù che rimproverò i discepoli Giacomo e Giovanni che pretendevano da Dio la distruzione con il fuoco di un villaggio di Samaritani, rei di non averli voluto accogliere.

Si tratta degli stessi discepoli che, insieme a Simon Pietro, avevano impedito ad un tale di scacciare i demoni in nome di Cristo, perché non era un suo seguace (Lc 9,49).

I discepoli, pur avendo coscienza di appartenere al piccolo gregge di Cristo, avevano una visuale rimpicciolita dal paraocchi del particolarismo più gretto, quello che forse, in maniera più corretta, va chiamato “settarismo”.

“Volevamo impedirglielo perché non ci seguiva …” Ecco l’errore di fondo che consente di definirli settari: essi si sono messi al posto del loro Maestro, di cui intendevano gelosamente difendere il monopolio. Essi, al pari di tanti altri discepoli dei nostri giorni, non avevano capito che Cristo non è solo dei Cristiani, anche se essi sono solo di Cristo.

Ed infatti lo stesso Maestro che in altra occasione aveva detto “Chi non è con me è contro di me” (Matteo 12,30), questa volta risponde con altrettanta fermezza “Chi non è contro di noi è per noi”.

Prendo spunto da queste due apparentemente contraddittorie esternazioni di Cristo per evidenziare che ogni frase perde la sua validità allorché avulsa dal contesto in cui viene pronunciata. Sarebbe bene che lo ricordassero quei radicalisti del pensiero cristiano che ancora oggi brandiscono le Scritture come una sciabola per dare forza alle loro tesi.

Nel primo caso (Vangelo di Matteo) Gesù si è espresso in quei termini nel contesto della polemica con i farisei, i quali non volevano riconoscere il suo potere divino contro satana: era necessario che Cristo ribadisse con estrema fermezza che, attestando la sua attività il potere di Dio, colui che non intendeva riconoscere il Figlio mostrava di disconoscere anche il Padre.

Nel secondo caso (Vangelo di Luca) Gesù ha inteso invitare gli Apostoli a non ritenersi i soli portatori della sua potenza: infatti, operare nel nome di Gesù equivale ad essere con lui e non contro di lui, per cui le due frasi sono complementari e non contraddittorie.

Ai tempi nostri il fondamentalismo cristiano, lo si riscontra principalmente – ma non esclusivamente – in seno alle comunità più conservatrici del Cristianesimo evangelico che, a loro volta, rappresentano l’ala conservatrice del Cristianesimo protestante.

In seno alla comunità Cattolica il fondamentalismo,  dopo aver raggiunto l’apice ai tempi delle crociate e dell’inquisizione, oggi si manifesta in occasione di particolari tematiche (divorzio, aborto, metodi di contraccezione, omosessualità, etc.) in cui le esigenze della Società moderna e l’evoluzione del pensiero laico si scontrano con i fondamenti della Religione.

In nessun caso, tuttavia, il fondamentalismo si spinge oltre la violenza verbale.

Un altro aspetto del fondamentalismo – che forse sarebbe più giusto chiamare “radicalismo” – emerge in seno ad esigui gruppi di religiosi che non hanno condiviso tutte le innovazioni sancite dal Concilio Vaticano Secondo.

Il radicalismo religioso ed una particolare “affezione” a certe usanze e pratiche tradizionali non contemplate nei Testi Sacri – quali ad esempio il celibato dei Preti, l’ordinazione sacerdotale negata alla donna, etc. – costituiscono la palla al piede del Cattolicesimo, impedendogli di esprimersi liberamente.

L’errore di fondo dei radicalisti di fede cristiana consiste nel dare la preferenza al testo della Scrittura piuttosto che al messaggio da esso trasmesso. Così, per esempio, nella parabola del ricco che non può entrare nel Regno dei Cieli al pari di un cammello che non può passare per la cruna di un ago, si deve ad un ottuso radicalismo la spiegazione dell’iperbole con una ipotetica presenza nelle antiche mura di Gerusalemme di una apertura stretta, una sorta di postierla, che avrebbe dovuto chiamarsi “cruna dell’ago”,  piuttosto che correggere l’evidente errore di traduzione del termine greco “kamilos” (corda, gomena) scambiato per “kamelos” (cammello) o, come vorrebbe qualche altro studioso, dal termine aramaico “gamal”, avente il doppio significato.

Inutile osservare che Gesù stava parlando ad alcuni pescatori del lago di Tiberiade, avvezzi alle gomene e non alle anguste porte di ingresso di Gerusalemme: il testo non si tocca, meglio sforzarsi di trovare una giustificazione esegetico-etimo-archeologica anche se la parabola viene resa priva di contestualità!

E’ colpa del radicalismo se tutte le Religioni non mettono le ali esponendosi alle critiche dei razionalisti. I Libri Sacri – e non solo quelli della Religione Cristiana – vanno letti con un approccio moderno e scientifico, unica condizione per conciliare la Fede (patrimonio personale ed interiore) con la Ragione (patrimonio sociale ed esteriore) e per non annientare i diritti di auto-espressione, di libertà di scelta, di uguaglianza, di giustizia e di ricerca della realizzazione individuale.

Il Libro Sacro non è un testo scientifico, la nostra attenzione va focalizzata non sulle singole frasi, ma sul messaggio che attraverso esse si è voluto trasmettere.

Ciò vale soprattutto per i testi apocalittici che fanno riferimento alla fine del mondo, all’ultima battaglia di Armaghedòn, al regno millenario del Messia, alla conversione ed al battesimo del popolo ebraico ed all’affermazione finale del regno di Dio.

A mio avviso, è proprio da questa interpretazione letterale del Testo sacro che discendono certi incondizionati appoggi riservati dai fondamentalisti cristiani allo Stato di Israele, da essi considerato lo strumento divino per ottenere queste conquiste e il precursore che annuncia questi tempi messianici.

FONDAMENTALISMO GIUDAICO

EbraicoIl fondamentalismo giudaico trae linfa dalle Scritture le quali definiscono gli Ebrei “popolo eletto del Signore”, nonché destinatari della “terra promessa” con il “patto di alleanza” fra Dio ed il popolo.

Ciò fa sì che le frange estremiste, più radicate alla “lettera” del “Libro”, tendono ad opporsi all’uguaglianza di tutti i cittadini, specialmente dei non Ebrei, nei confronti dei quali non nascondono un certo disprezzo.

Fino al secolo scorso fuori dagli ambienti religiosi si è parlato poco di fondamentalismo giudaico perché gli Ebrei, ancorché lontani dalla Palestina, hanno sempre preferito aprirsi poco a persone di etnia diversa, pur intrattenendo con essi rapporti commerciali e, a volte, anche di formale amicizia.

Si cominciò a parlare di fondamentalismo giudaico dopo la nascita dello Stato di Israele allorché gli Ebrei, disattendendo la risoluzione 181 dell’ONU, si sono appropriati di fatto dei territori di Gerusalemme e, con la scusa di doversi difendere dagli attacchi del mondo arabo, hanno iniziato ad espandere i confini del loro Stato, sconfinando in territori che l’ONU aveva lasciato nelle mani dei Palestinesi.

Nel libro “Jewish Fundamentalism in Israel” di Israel Shahak e Norton Mezvinsky si legge: “Negli ultimi anni si è verificato uno straordinario sviluppo del fondamentalismo giudaico in Israele, che si è manifestato attraverso una fiera opposizione al processo di pace e ha svolto un ruolo essenziale sia nell’assassinio del Primo Ministro Yitzhak Rabin, sia nell’omicidio di 29 musulmani in preghiera, a opera del fondamentalista americano Baruch Goldstein”.

Gli autori, quindi, affermano che i fondamentalisti giudaici sostengono le guerre in Israele e si oppongono a qualsiasi ritiro dal territorio palestinese.

Come si difende da queste accuse l’ala estremista dei religiosi israeliani?

Lo leggiamo in una dichiarazione rilasciata a suo tempo dal “Gush Emunim” (“blocco dei fedeli” in ebraico), un movimento politico messianico-sionista oggi non più esistente ufficialmente, ma che ha lasciato tracce indelebili in seno alla Società israeliana.

Questo movimento politico era sorto con lo scopo di agevolare la formazione di insediamenti agricoli ebraici in Cisgiordania, nella striscia di Gaza e nelle alture del Golan siriano, cioè in quei territori palestinesi occupati dagli Ebrei nel 1967 con la “guerra dei sei giorni”.

Alcuni membri del Gush Emunim hanno giustificato gli insediamenti in questi termini: “ciò che sembra una confisca della terra appartenente agli Arabi da parte degli Ebrei per il loro stanziamento, è in realtà un atto di santificazione, non di furto. Quella terra viene redenta passando dalla sfera satanica a quella divina”.

Piuttosto che una giustificazione, questa dichiarazione suona come una spavalda conferma di colpa, e non solo ai miei occhi, ma anche a quelli di tutti gli uomini liberi!

Per i fondamentalisti giudaici i ruoli si sono invertiti: non sono gli Ebrei ad aver usurpato la terra ai Palestinesi, ma questi ultimi ad averla rubata agli Ebrei, ai quali era stata assegnata direttamente da Dio. A tal proposito il rabbino Israel Ariel, un leader fondamentalista, pubblicò un atlante in cui erano indicate tutte le terre che secondo lui appartenevano agli Ebrei e che dovevano essere liberate. Questo atlante comprendeva tutti i territori a ovest e a sud del fiume Eufrate e si estendeva per gran parte della Siria, dell’Iraq e dell’attuale Kuwait. Il rabbino Shlomo Aviner ha affermato: “Dobbiamo vivere in questa terra anche a costo della guerra. Inoltre, anche se ci fosse la pace, dobbiamo istigare una guerra di liberazione per conquistare i territori”.

Con questi intendimenti è facile comprendere che la pace in medio oriente difficilmente potrà essere ottenuta attraverso negoziati diplomatici, ma soltanto con un responsabile atto di forza dell’ONU che dovrà predisporre anche una zona di confine smilitarizzata fra lo Stato Israeliano e quello palestinese sotto il controllo dei caschi blu.

Sebbene i fondamentalisti costituiscano una parte relativamente piccola del popolo di Israele, la loro influenza politica è in aumento. Se è vero che disprezzano i non ebrei, il loro odio nei confronti degli ebrei che si oppongono al loro punto di vista è anche più forte.

 

FONDAMENTALISMO ISLAMICO

IslamicoL’Islam – sostantivo verbale che in Arabo significa “sottomissione” [a Dio] – nasce in Arabia nel 610 d.c. con la predicazione di Muhammad (Maometto), la cui rivelazione è raccolta nel Corano.

Questa Sacra Scrittura non è stata scritta di pugno da Maometto, perché il Profeta era analfabeta, e neanche da qualcuno dei suoi diretti seguaci: essa è stata tramandata per decenni oralmente, fino a quando non è stata trascritta nel testo che è rimasto inalterato fino ai nostri giorni.

Maometto asseriva di aver ricevuto la rivelazione direttamente da Dio per voce dell’Arcangelo Gabriele.

Il Profeta Maometto in più occasioni ha precisato di non voler dare origine ad una nuova Religione, atteso che l’Islam si allacciava alle due Religioni monoteiste – Giudaica e Cristiana – che l’avevano preceduta e riconosceva tutti i Profeti, da Abramo fino a Gesù (Gesù figlio di Maria “Īsā ibn Maryam”), dei quali confermava gli insegnamenti.

La rivelazione ricevuta da Maometto rappresentava l’ultima in ordine di tempo e, nello stesso tempo, la più completa e definitiva perché trasmessa direttamente da Allah (Dio). Essa si era resa necessaria a causa delle continue distorsioni (taḥrīf) intervenute ad opera dell’uomo con il trascorrere del tempo. Maometto altri non era che l’ultimo dei Profeti, il loro “sigillo”. Colui che osasse mettere in dubbio questo dogma si porrebbe da solo fuori dall’Islam e verrebbe accusato di massima empietà (kufra).

Il Corano (letteralmente “recitazione”), quindi, non è soltanto l’ultimo dei Libri sacri in ordine cronologico, non è soltanto il completamento della rivelazione contenuta nell’Antico e nel Nuovo Testamento, è il “Verbo” stesso di Dio, il vero “Cristo”,  l’unica e non modificabile affermazione della volontà divina, destinata a perdurare inalterata fino al giorno del giudizio e la sua legge (“sharīʿa”) deve essere osservata dall’uomo non solo in ambito privato, ma anche pubblico, divenendo così legge dello Stato (teocrazia).

Da questi presupposti nasce il fondamentalismo islamico, termine riservato all’ala musulmana più intransigente che rivendica l’instaurazione di un governo della sharî’a (legge islamica) e che rivendica il ruolo della Scrittura come “fondamento” di qualsiasi forma di rinnovamento. Fondamentalismo, Radicalismo e Tradizionalismo debbono, pertanto, essere considerati come sinonimi perché essi si prefiggono il ritorno ad una “purezza” originaria della predicazione di Maometto.

La “rinascita” islamica (“nahda”) scaturisce dall’esigenza di conciliare il patrimonio della tradizione con le sfide della modernità occidentale che questi popoli hanno conosciuto.

Ma fino a che punto modernismo e tradizione sono conciliabili?

Il radicalista nega alla ragione umana la possibilità di “interpretare” il Testo Sacro alla luce dei mutamenti della Storia.

L’uomo non può spingersi a revocare parti del testo che appaiono

palesemente superate perché legate al contesto storico in cui avvenne la rivelazione divina.

Da ciò discende che il fondamentalismo non produce “studiosi” della religione islamica, ma soltanto “militanti” che seguono due diverse strategie entrambe tendenti alla conquista del potere politico (vedi bibliografia).

La prima strategia è di stampo rivoluzionario: essa, come nella rivoluzione iraniana, tende alla conquista del vertice del potere politico mediante l’eversione e la violenza.

La seconda strategia è quella comunemente chiamata “neofondamentalismo”: essa mira ad una “reislamizzazione” partendo dal basso, cercando cioè di riconvertire la Società alla pratica dell’Islam con l’osservanza rigorosa della tradizione, dei costumi e della cultura.

Entrambe le strategie sono caratterizzate dal fermo rigetto di tutti i valori occidentali che hanno ispirato quei processi di modernizzazione che hanno minato la moralità musulmana e sovvertito la legge islamica.

Chi incoraggia queste trasformazioni è un infedele e se è un Musulmano a farsi strumento degli infedeli, questo va considerato come un apostata meritevole della pena prevista per l’apostasia, ossia la morte.

Questa pena è stata comminata in passato a diversi leader arabi e, in particolare, al Presidente egiziano Anwar Al-Sadat, reo di aver firmato un accordo di pace con Israele dietro suggerimento degli Stati Uniti.

La guerra santa per il musulmano non è una scelta individuale, ma un obbligo collettivo e va condotta sia contro i nemici esterni che contro quelli interni, ancor più responsabili dei primi, perché, pur avendo ricevuto la Rivelazione, ne hanno disatteso le leggi.

Il Musulmano è obbligato ad esercitare sempre il “massimo sforzo” (Jihād), che non è soltanto interiore, indispensabile per la comprensione dei misteri divini, ma anche esteriore fino a spingersi a giustificare azioni violente e la guerra (qitāl) sia di difesa che di offesa nei confronti dei nemici infedeli.

Fra i grandi successi dello Jihād (lo “sforzo” sia in italiano che in arabo è di genere maschile) dei fondamentalisti islamici ricordiamo la rivoluzione iraniana, sotto la guida dell’ayatollah Khomeini, e la vittoria afghana dei guerriglieri islamici sull’armata rossa.

Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento consiglio i seguenti testi:

1)      Oliver Roy, “L’échec de l’Islam politique, Le Seuil, Paris, 1992;

2)      Oliver Roy, ” Islam: qu’est-ce que le néofondamentalisme?”, in Revue Esprit, Paris, 1990 ;

3)      Gilles Kepel et Yann Richard, “Intellectuels et militants dans l’Islam contemporain”, Le Seuil, Paris, 1990 ;

4)      Nilüfer Göle, “Musulmanes et modernes. Voile et civilisation en Turquie”, La Découverte, Paris, 1993

5)      Chibli Mallat, “The Renewal of Islamic Law”, Cambridge, Middle East Library, 1993

CONCLUSIONI

Il mantenimento della pace nel mondo può essere ottenuto soltanto attraverso una separazione, condivisa da tutti i popoli, fra il ruolo dello Stato e quello della Fede .

Nell’ambito del radicalismo delle tre Religioni monoteiste soltanto quello Cristiano oggi non ha aspirazioni teocratiche.

Il fondamentalismo,  pur essendo rappresentato da una minoranza degli appartenenti alla religione giudaica e musulmana, è capace di incidere profondamente nel tessuto sociale di entrambe le etnie.

La comunità internazionale ha poco spazio di manovra nei confronti dei radicalismi religiosi: essa può soltanto proporre la propria cultura come alternativa nei confronti di certe forme di tradizionalismo che mal si conciliano con il progresso e con la salvaguardia dei diritti e della dignità del genere umano oggi patrimonio esclusivo del mondo occidentale.

Il radicalismo va combattuto dall’interno e certe forme di disagio e di ribellione che sempre più frequentemente affiorano in seno alle nuove generazioni lasciano ben sperare in un futuro più roseo di cui, tuttavia, ancora non si vede traccia all’orizzonte.

E’ per questo motivo che la Società civile occidentale deve aprirsi al dialogo con le culture di provenienza medio-orientale e non limitarsi alla sola critica dei costumi che, il più delle volte, sortisce l’effetto di una levata di scudi in difesa delle proprie tradizioni da parte di coloro che stavano per metterle in discussione.

Infine, la Comunità Internazionale ha l’obbligo morale di spegnere una volta per tutte quel focolaio che inopinatamente ha acceso nel 1947 con la risoluzione n.181 dell’ONU che ha dato vita allo Stato di Israele e che a sua volta ha alimentato ed alimenta il fondamentalismo religioso ed il terrorismo internazionale.

E’ assolutamente necessario che, con le buone o con le cattive maniere, l’ONU faccia rispettare la sua risoluzione che prevedeva la nascita di due Stati, uno ebraico ed uno palestinese con l’area attorno a Gerusalemme sotto il controllo internazionale, in ragione del significato che questa Città riveste per tutte e tre le Religioni monoteiste.

L’ideale sarebbe che i due Stati si confederassero mantenendo le rispettive autonomie, ma non oso sperare tanto …

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2 pensieri su “Fondamentalismo religioso: un pericolo per la pace

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