LA POESIA E LA PROSA: ELEMENTI CARATTERIZZANTI E DIFFERENZE

Il lettore si sorprenderà nel vedermi affrontare una tematica che in passato è stata ampiamente dibattuta.

Montale amava dire che la poesia si fa con le parole e che il poeta deve servirsi del “linguaggio di tutti”, ma solo apparentemente, atteso che questo linguaggio di tutti deve possedere qualcosa che lo ponga “al di sopra, al di sotto, a destra, a sinistra, davanti e dietro al linguaggio di tutti”. In altre parole una diversità nell’eguaglianza.
Francamente non ho mai compreso cosa intendesse dire Montale in questa sua intervista.
E’ stato molto più esplicito quando ha affermato che la distinzione fra prosa e poesia è “puramente empirica”, a parte la diversa musicalità, orizzontale nella prosa, verticale nella poesia. L’unica vera distinzione tra poesia e prosa secondo Montale è la brevità della prima, perché brevi devono essere le emozioni per poter incidere nell’animo umano.

Una siffatta distinzione, tuttavia, nega dignità di “poesia” persino ad opere come la Divina Commedia.

Facendo riferimento a questa intervista, Umberto Eco, in un articolo apparso sull’Espresso, affermava che chi scrive in prosa ha ben chiari i concetti che intende sviluppare e si sforza soltanto di trovare le parole adatte: “rem tene, verba sequentur”.

Secondo Eco in poesia accade tutto l’opposto, nel senso che prima ci si innamora delle parole ed il testo viene costruito su di esse: “verba tene, res sequentur”.

Neanche questa distinzione mi soddisfa, anche se ad essa potrà ispirarsi qualche pseudo-poeta che, preoccupato esclusivamente di ottenere una rima, scriverà che “il fiume gorgoglia” se dovrà rimare con “l’accartorciarsi di una foglia”, mentre scriverà che “il fiume borbotta” se dovrà rimare con “l’ingresso di una grotta”.

In questi ultimi anni i confini fra prosa e poesia si sono resi ancor più fumosi, tanto che spesso vengono etichettate come poesie composizioni letterarie che a stento meritano il nome di prosa.

Pertanto, con questo mi articolo mi propongo di fare un po’ di chiarezza.

Il termine “Poeta”, in greco “ποιητής”, deriva dal verbo “ποιέω”, che significa “fare, produrre”.

A sua volta, l’etimo greco riconosce una radice sanscrita “PU” (che ritroviamo, ad es., nel termine “putto”)  che gli conferisce il significato di “generare”.

Quindi, Poeta è colui il quale genera un mezzo di comunicazione che, pur nella sua semplicità, è in grado di veicolare nell’interlocutore stati d’animo più o meno complessi e sentimenti profondi.

Con questa premessa, a rigor di termini, poeta non è soltanto l’autore di una composizione letteraria che abbia determinati requisiti, ma anche qualsiasi artista che non utilizza carta e penna, ma una tela ed un pennello o un blocco di marmo ed uno scalpello o un pentagramma ed uno strumento musicale, a patto che il prodotto del suo pensiero sia capace di evocare forti emozioni nel destinatario della sua opera.

Inconsapevolmente, a queste stesse conclusioni perviene l’uomo della strada allorché, rimanendo incantato dinanzi ad una pittura, una scultura o un brano musicale, esclama “ma è una poesia!”.

Alla luce di tutto ciò crollano certe distinzioni cui ci si era affezionati nell’Ottocento e che provo a riepilogare:

1)  La poesia è caratterizzata dal “VERSO” (dal latino “vertere” = volgere), cioè da un a capo arbitrario voluto dall’autore, mentre la prosa (dal latino “prorsus” = diritto) occupa l’intero rigo e si va a capo solo se si è legittimati dalla punteggiatura.

In base a questa distinzione pagine di pura poesia come ad es. l’addio ai monti dell’VIII° capitolo dei Promessi Sposi vanno considerate prosa, mentre merita di essere chiamata poesia l’ode “Al signor di Montgolfier” di Vincenzo Monti che, per quanto dotta ed intrisa di classicismo, non ha mai evocato alcuna emozione nell’animo del lettore!

2)La poesia, rispetto alla prosa, ha un andamento musicale, un suo ritmo, una sua “METRICA”, costituita dalla successione degli accenti.

Ma anche la prosa tante volte dispone di un suo ritmo, solo che il più delle volte esso non è avvertito dal lettore, perché concentrato sui fatti narrati. Basti pensare ad alcune opere in prosa di Vincenzo Consolo e Silvio D’Arzo …

Di contro, ci sono poesie il cui ritmo non è immediatamente percepibile come, ad esempio, in “Soldati” di Giuseppe Ungaretti, una poesia composta con appena otto parole, due settenari divisi in quattro versi ed un enjambement, cioè una mancata coincidenza tra il verso (unità metrica) e l’unità sintattica, rilevabile tra il primo e secondo verso e che contribuisce ad imprimere il ritmo:

Si sta come

d’autunno

sugli alberi

le foglie.

Ciò malgrado, è tanta l’emozione che si avverte leggendo questa poesia, un’emozione che si ripete ogni qual volta la si legge, con sfumature sempre diverse, dettate dal contingente stato d’animo del lettore

3)La poesia è un’espressione linguistica caratterizzata dalla presenza di “RIME” e da una grande quantità di figure retoriche come ad esempio metafore, similitudini, anafore, sineddoche, etc.

La prosa non è sottomessa alle regole della versificazione, non ha rime e non è riccamente adornata da figure retoriche.

A onor del vero, già in pieno Ottocento si cominciò  a dare sempre minore importanza alla presenza di rime, atteso che il Poeta, nel rincorrerle, il più delle volte era costretto a sacrificare parte dell’incisività della sua composizione letteraria.

Mi limiterò pertanto a dire che quando esse sono presenti contribuiscono ad imprimere musicalità al testo, mentre quando mancano non ne pregiudicano la validità.

Dopo aver esaminato gli elementi un tempo considerati indispensabili per attribuire ad una composizione letteraria dignità di “poesia” e dopo averli criticati uno ad uno come non soddisfacenti allo scopo – o meglio – non indispensabili ai fini del giudizio di merito, il lettore potrebbe avere l’impressione che io non intraveda alcuna differenza fra la prosa e la poesia.

Lo tranquillizzo subito, precisando che la differenza non va ricercata in quei parametri di cui finora ci siamo interessati che hanno una importanza soltanto marginale.

A mio modesto modo di vedere, la poesia va definita come una composizione letteraria generalmente in versi, con una musicalità immanente alla sua struttura che mirabilmente coniuga densità retorica e ricchezza semantica del discorso.

E’ quest’ultima la condizione indispensabile che diversifica la poesia dalla prosa.

Infatti, qualsiasi verso può essere accettato: versi liberi (di diversa misura), bisillabi, ternari, quaternari, quinari, senari, settenari, ottonari, novenari, decasillabi ed endecasillabi.

Inoltre i versi possono essere piani (accento sulla penultima sillaba dell’ultima parola), sdruccioli (accento sulla terzultima sillaba) o tronchi (accento sull’ultima sillaba).

Anche le strofe possono essere libere o di due, tre, quattro, sei otto versi (rispettivamente: distico, terzina, quartina, sestina, ottava, etc). Lo stesso dicasi per le rime che possono mancare dl tutto (versi sciolti) o succedersi in forma baciata (AABB) o alternata (ABAB), incrociata (ABBA) o incatenata (ABA  BCB  CDC).

La diversa tipologia di versi strofe e rime serve a rimarcare la marginalità della loro importanza ai fini della distinzione della poesia dalla prosa.

Ciò che realmente fa la differenza è l’emozione che la poesia è capace di ingenerare nel lettore e che, a sua volta, è frutto di una sorta di concentrazione di senso che si ottiene tramite la pregnanza semantica dei vocaboli utilizzati e la densità di certi artifici retorici.

In altre parole possiamo dire che la poesia è intrinsecamente “verticale”, concentrata in brevi istanti di lettura, durante i quali il tempo e l’orizzonte si squarciano e si dilatano vertiginosamente, mentre lampi di immagini e stati d’animo si susseguono con velocità prossima a quella della luce che non consente al lettore la benché minima distrazione che rischierebbe di non farglieli percepire.

La prosa, invece, ha una sua dimensione “orizzontale” tipica dello svolgersi di una storia, meno assillante della poesia, potenzialmente suscettibile di consentire anche qualche breve istante di distrazione che non pregiudicherà di cogliere il senso del discorso, il filo logico della narrazione.

Mentre la poesia richiede un ascolto che amo definire ipnotico, atteso che induce una sorta di modificazione dello stato di coscienza tipica di chi imbocca una spirale che lo spinge a velocità impensata verso un oltre, la prosa prende il lettore per mano, come si fa con un bambino, per condurlo verso una meta attraverso strade più o meno tortuose tracciate dalla successione di vicende più o meno intricate.

 

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