QUANDO LA MORALE E LA GIUSTIZIA SOCCOMBONO ALLE LEGGI SCRITTE IN LORO SOSTEGNO

Nell’Ottobre dello scorso anno, il Magistrato Enrico Tranfa, Presidente della seconda sezione penale della Corte di Appello di Milano, ha lasciato la toga con oltre un anno di anticipo dopo aver firmato le motivazioni della sentenza di assoluzione di Silvio Berlusconi nel processo sul caso Ruby del 18 Luglio scorso, in dissenso con la decisione presa a maggioranza con il parere favorevole degli altri due Giudici (Puccinelli e Locurto).
Corte appello MilanoLe motivazioni della sentenza erano state scritte dal Giudice Concetta Locurto, la quale, da allora, è stata oggetto di critiche severe da parte della corrente di Magistratura democratica.
La recente sentenza di assoluzione definitiva di Berlusconi pronunciata dalla Suprema Corte spazza il campo da ogni dubbio e conferma la correttezza della decisione presa dai Giudici di Milano.
Ancora non si conoscono le motivazioni della sentenza della Cassazione, ma è da presumere che, più o meno, ricalcheranno quelle della Corte di Appello di Milano.
Tengo a precisare che il Collegio della Cassazione che ha emesso il verdetto di conferma della sentenza di assoluzione della Corte di Appello di Milano era formato da fior di Giudici, ai quali si riconosce una grande competenza nella valutazione di reati contro la pubblica amministrazione, dal Presidente Nicola Milo a Giorgio Fidelbo, a Stefano Mogini, a Gaetano De Amicis, al relatore Orlando Villone.
CassazioneDobbiamo allora concludere che “Giustizia è fatta” ?
DIPENDE…
Se per “Giustizia” si intende il trionfo di ciò che, secondo la morale corrente, è giusto, con la sentenza definitiva di assoluzione di Berlusconi la giustizia è stata calpestata e questo è il modo di sentire della stragrande maggioranza degli Italiani che, alla domanda “Giustizia è fatta?” rispondono NO con quanto fiato hanno in gola!
Viceversa, se per “Giustizia” intendiamo la corretta applicazione delle leggi in vigore, allora dobbiamo, sia pur a malincuore, concludere che giustizia è stata fatta!
Come potrà constatare il lettore io mi sto discostando dalla tesi dei ben-pensanti in base alla quale le sentenze “non vanno discusse, ma solo commentate” e mi sto sforzando di entrare nel merito di esse, provando per un attimo ad indossare la toga del Giudice, sia pur indegnamente e con il rischio di essere giustamente accusato di presunzione per essere sconfinato in un ambito nel quale non ho competenze.
Ebbene, vi anticipo che anch’io, disponendo degli strumenti legislativi in vigore ed applicandoli pedissequamente, non avrei potuto fare a meno di assolvere Berlusconi.
Magari, subito dopo, in preda alla più profonda amarezza e delusione, avrei lasciato la Magistratura come ha fatto Enrico Tranfa!
Stando così le cose, cerchiamo di capire come mai le Leggi non siano più in grado di rispecchiare e tutelare la morale corrente.
La discrepanza prende origine da una legge che, per colmo di ironia, è stata scritta allo scopo di combattere con misure più drastiche la corruzione dilagante nel nostro Paese, una legge che è stata approvata dal Parlamento sotto il Governo Monti, la Legge 06.11.2012 n° 190, nota come “Legge Severino”, pubblicata nella G.U. del 13.11.2012 (cui si rimanda per la lettura dl testo).
Tra le tante innovazioni introdotte da questa legge, al comma 75 dell’Art. 1, viene operato uno “spacchettamento” dell’Art. 317 del Codice Penale avente per oggetto la “concussione”.
Prima dell’entrata in vigore della legge Severino questo articolo prevedeva una reclusione da quattro a dodici anni nei confronti del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio che, “abusando della sua qualità e dei suoi poteri COSTRINGE O INDUCE taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro o altra utilità”.
Come potete constatare la costrizione e l’induzione non producevano effetti diversi e soggiacevano alla stessa misura punitiva.
Lo “spacchettamento” della norma ha dato vita a due articoli diversi: il primo, che conserva la numerazione 317, contempla soltanto il reato di concussione per costrizione ed una elevazione della pena detentiva minima da quattro a sei anni; il secondo articolo, iscritto ex novo al n° 319 quater, si occupa soltanto della “Induzione indebita a dare o promettere utilità” e contempla una parziale depenalizzazione con una pena detentiva minima ridotta da quattro a tre anni ed una massima da dodici a otto anni nei confronti del soggetto inducente e fino ad un massimo di tre anni nei confronti di chi è stato indotto (norma prima non contemplata).
Penso siano saltati subito agli occhi di chi legge i deleteri effetti che avrebbe prodotto questo spacchettamento sui processi in corso in cui era stata contestata la concussione per induzione.
Possibile che, durante l’iter parlamentare della legge, nessuno si sia accorto dei rischi cui si andava incontro, primo fra tutti quello di decadenza dei processi in corso?
Io provo un certo senso di disagio (lo si consideri un eufemismo) nel rilevare che né la “Sinistra”, che insieme al Centro ed alla Destra ha votato favorevolmente la legge, né il Capo dello Stato che l’ha avallata con la sua firma, si siano accorti che tale spacchettamento avrebbe vanificato la maggior parte dei processi in corso per “concussione a mezzo induzione”, la cui tipologia di reato, a partire dall’entrata in vigore della nuova legge, sarebbe cambiata in “induzione indebita”, con accorciamento dei termini di prescrizione, minore inasprimento delle pene, maggiore difficoltà a produrre le prove di reato e con conseguente dissoluzione in fumo di fior di processi come quelli contro Filippo Penati e Silvio Berlusconi!
Per non parlare della confusione che si sarebbe ingenerata fra la nuova norma, la concussione e la corruzione e la inevitabile individuazione di una “zona grigia di impunità”.
Mi rendo conto che i Giudici di Milano si siano sentiti con le mani legate, anche perché, nell’ambito dei reati contro la pubblica amministrazione, la concussione riveste un ruolo rilevante.
Bisognava fare chiarezza!
A dissipare la cortina di fumo ha provveduto la Corte di Cassazione che si è pronunciata con la sentenza a sezioni riunite n° 12228 del 14 Marzo 2014.
Ebbene, le Sezioni riunite hanno chiarito una volta per tutte i seguenti punti:
1) la “CONTINUITÀ” tra il vecchio reato di “concussione” e quello di “concussione per costrizione” (Art. 317) non veniva meno (e le accuse non decadevano), ma in relazione ai fatti pregressi andava applicato il trattamento sanzionatorio più favorevole al reo della vecchia formulazione (pena minima 4 anni anziché 6 anni);
2) Anche nei confronti del nuovo reato di “indebita induzione” (in cui era sfociata la concussione indotta) vi era CONTINUITÀ, con la differenza che anche per i fatti pregressi valeva il principio del “favor rei” e quindi andavano applicate le pene più miti del nuovo reato (da 3 a 8 anni anziché da 4 a 12 anni);
3) La Corte di Cassazione ha, inoltre, enunciato alcuni principi di diritto:
a) per quanto riguarda la “concussione costrittiva”, attuata mediante violenza, minaccia esplicita o implicita, la persona costretta, pur non annullandosi del tutto la sua libertà di autodeterminazione, ne subisce una grave limitazione, atteso che, senza alcun indebito vantaggio per sé, è posta nell’alternativa secca di subire il male prospettato o di evitarlo accondiscendendo all’indebita richiesta;
b) viceversa, per quanto riguarda il nuovo reato contemplato nell’art. 319 quater, la “induzione indebita”, alla minaccia si è sostituita una condotta di persuasione, di suggestione, di inganno, di pressione morale, con più tenue valore condizionante la libertà di autodeterminazione del destinatario, il quale, disponendo di più ampi margini decisionali, finisce col prestare acquiescenza alla richiesta della prestazione non dovuta, perché motivato dalla prospettiva di conseguire a sua volta un indebito tornaconto personale, il che lo pone in una posizione di complicità con il soggetto inducente, circostanza che rende anche lui meritevole di una sanzione;
c) per quanto riguarda le “zone grigie”, cioè quei casi di cui non si dispone di elementi di certezza per ascriverli come tipologia di reato alla “concussione costrittiva” (Art. 317 C.P.) oppure alla “induzione indebita” (Art. 319 quater del C.P.), le sezioni riunite non hanno saputo far di meglio che raccomandare una “approfondita ed equilibrata valutazione complessiva del fatto” al fine di individuarne “i dati più qualificanti” che consentiranno di ascrivere il reato all’una o all’altra tipologia;
d) infine, sia la concussione costrittiva che l’induzione indebita si differenziano dalle fattispecie corruttive e, in particolare, dall’istigazione alla corruzione (Art. 322 C.P.), perché mentre nelle prime due tipologie di reato sia il “costretto” che lo “indotto” intrattengono con il costringente e l’inducente un rapporto di soggezione, nella corruzione entrambe le parti agiscono in “par condicio contractualis” e l’incontro fra esse avviene in forma assolutamente libera e consapevole delle rispettive volontà.
Dopo questa lunga e doverosa premessa, prima di ipotizzare quali saranno le motivazioni della sentenza con la quale Mercoledì scorso la Corte di Cassazione ha definitivamente assolto Silvio Berlusconi, torniamo indietro nel tempo e proviamo a metterci nei panni dei Giudici della Corte di appello di Milano, prima che essi emettessero la sentenza di assoluzione del personaggio politico nel caso Ruby.
Dopo aver acclarato (sia pur con qualche perplessità), attraverso la sentenza delle sezioni riunite della Cassazione di cui ho appena discusso, che la continuità del processo non era venuta meno, i Giudici si sono posti il problema di stabilire quale imputazione andava contestata a Berlusconi fra le due fattispecie di reato, in cui era stato scisso quello contemplato dal vecchio art. 317 C.P.
L’accusa di concussione per coercizione non poteva reggersi, atteso che nella telefonata fatta da Berlusconi al Capo di gabinetto Ostuni per ottenere l’affidamento di Ruby alla Minetti, si può escludere la presenza di una minaccia sia pur implicita.
Restava in piedi l’accusa di “concussione per induzione” che, per effetto dello scorporamento si era trasformata in “induzione indebita”.
Ma, in questo caso, per effetto della nuova legge, occorreva un requisito che prima mancava, e precisamente il concorso di due soggetti, il pubblico ufficiale inducente e l’extraneus opportunisticamente complice del primo, pur in un rapporto di forze squilibrato (vedasi a tal proposito il principio di diritto enunciato dalla Cassazione, da me riportato al punto 2 lettera b).In altre parole, l’accusa non avrebbe potuto reggersi in assenza di un “indebito vantaggio” conseguito dal soggetto indotto, condizione che costituisce per la Cassazione “elemento indefettibile per la sussistenza del delitto”.
Ebbene, dalle indagini espletate non è emerso il requisito essenziale dell’abuso induttivo: l’indebito vantaggio dell’extraneus».
Infatti, non c’è prova che Ostuni abbia assecondato i desiderata dell’ex premier per un tornaconto personale.
A questo punto i Giudici di Milano hanno dovuto prendere atto che mancavano le condizioni per una riqualificazione dei fatti in una diversa ipotesi di reato e, loro malgrado, hanno dovuto assolvere Berlusconi.
Personalmente ritengo che le motivazioni della recente sentenza di conferma dell’assoluzione dell’uomo di Arcore che, quanto prima, la Cassazione pubblicherà, non si discosteranno molto da quelle della sentenza dei Giudici di Milano.
Concludendo, nessuno è colpevole, né Berlusconi, né i Giudici che, in primo grado, il 13 Giugno 2013, lo avevano condannato a 7 anni di reclusione, né gli altri Giudici della Corte di appello che il 18 Luglio 2014 hanno ribaltato la sentenza di primo grado, assolvendolo dall’accusa di concussione perché il fatto “non sussiste”, né quelli della sesta sezione penale della Cassazione che hanno avallato la sentenza di assoluzione della Corte di appello di Milano.
Restano in piedi tutte le mie perplessità e l’amaro in bocca che avverte chi ama la legalità e la certezza della pena.
Constato che non si può fare alcun affidamento sui politici che, in buona o mala fede (non sta a me giudicarlo), sfornano leggi più o meno contraddittorie fra loro per il puro gusto di soddisfare la loro grafomania.
Analoga sfiducia va rivolta a quelle forze politiche che dovrebbero controllare, nell’interesse degli elettori, che il Parlamento non si trasformi in una Istituzione tesa a promuovere interessi personalistici.
Provo, infine, profonda delusione nei confronti della Magistratura che non accuso di mancanza di onestà, ma di carenza di lungimiranza e di incapacità a risolvere i compiti a lei affidati dalla Società, individuando, di volta in volta, le soluzioni più chiare ed adeguate.
Infatti, anche agli occhi di un profano come me, la sentenza delle sezioni unite, non appare priva di ambiguità, perché da un lato riconosce (di fatto) che la struttura dell’ “induzione indebita” è in discontinuità con la vecchia “concussione per induzione”, dall’altro afferma la piena continuità normativa. Una contraddizione che, come ha ricordato la Corte d’appello di Milano nella motivazione della sua sentenza, ha creato “qualche perplessità in dottrina”.
Per non parlare della determinazione presa in prestito da Ponzio Pilato, quale è stata quella di rivolgere ai Giudici di merito generiche raccomandazioni di approfondire le indagini valutative in ordine a quell’ampia “zona grigia” rappresentata dai casi che, grazie alla legge Severino, non è possibile ascrivere, per carenza di elementi di certezza, a questa o a quella tipologia di reato, condizione destinata a generare una vasta area di impunibilità.
Saverio Orlando

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