DE VERITATE

VeritàQuando si sta bene si è portati a godersi la vita, a farsi poche domande, a vivere alla giornata.
“Carpe diem”, direbbe Orazio.
Se, invece, si attraversa un periodo di depressione, si soffre di qualche malanno, oppure ci si sente giunti al termine della propria esistenza terrena, si comincia a riflettere (pur con le dovute eccezioni) sulle problematiche esistenziali.
Io non so quale di questi tre momenti sto attraversando e, francamente, non ci tengo a saperlo, ma è un dato di fatto che stanotte (anche a causa dell’insonnia) mi sono soffermato a riflettere sulla “verità”, termine di cui si tende a fare un sempre maggiore abuso.
Cos’è la verità? Chi leggerà queste righe penso che non avrà difficoltà a dire che verità è ciò che risponde al vero, che è autentico, che è esatto, in altre parole, che è oggettiva rappresentazione della realtà.
Ed è qui che casca l’asino! Chi è autorizzato a certificare che una determinata affermazione sia “oggettiva”, piuttosto che “soggettiva”?
In mancanza di un “homo super omnes homines”, ci si dovrà affidare necessariamente al sentire comune, cioè al parere della maggioranza degli uomini.
Ciò comporta che allorché il tempo farà mutare il comune modo di sentire, ciò che oggi viene etichettato come “verità”, domani apparirà come “falsità”.
Già a far tempo da V° secolo a.C. il problema assillò i Sofisti, alcuni dei quali sostenevano che ognuno ha la sua verità (soggettivismo), mentre altri la ritenevano inesistente o impossibile da trovare (scetticismo). Il massimo esponente del soggettivismo fu Protagora il quale affermava: “l’uomo è la misura di tutte le cose”. Con questa notissima frase egli intendeva dire che ogni singolo uomo è il criterio del vero e del falso. Perciò ogni uomo ha la “sua” verità.
Questa posizione porta inevitabilmente ad una deriva scettica: non esiste una verità valida per tutti; quindi, non esiste la verità. Esistono solo opinioni, che non tendono alla realtà delle cose, ma alla convenienza e all’utilità del momento. Un mondo chiuso nell’individualismo e nell’utilitarismo.
Il più noto sostenitore di questa teoria fu Gorgia, il quale diceva: “la verità (l’essere) non esiste; anche se esistesse, non si potrebbe conoscere; anche se si conoscesse, non si potrebbe comunicare”.
Scetticismo assoluto. A Gorgia perciò non interessava la ricerca del vero, ma convincere l’uditorio di qualunque cosa con l’abilità discorsiva.
Poi arrivò Socrate che superò la sofistica grazie alla scoperta del “concetto”, cioè di quel quid che, cogliendo gli aspetti comuni essenziali e fondamentali di una determinata cosa, assumeva quella dignità di definizione universale che consentiva il dialogo fra tutti, perché le parole acquistavano un significato univoco.
Di conseguenza, la verità autentica la si ritrova nei concetti delle cose, ovvero nell’immagine universale delle cose contenuta nel pensiero.
La verità viene alla luce grazie al continuo sforzo della critica dialettica, onde il pensiero razionale deve prevalere sulla semplice intuizione. In altre parole, la verità non si percepisce per istinto, ma tramite la pratica consapevole della ragione.
Se il discorso si fosse chiuso con Socrate oggi non staremmo qui ad arrovellarci il cervello e forse l’uomo non avrebbe sentito il bisogno di credere in una “Verità rivelata” che, essendogli stata trasmessa direttamente dalla Divinità, non può che essere assoluta ed universale, a differenza di quella terrena che continua a rivelarsi fallace.
Cos’è cambiato da allora? Praticamente nulla.
Volando sulle ali del tempo, saltiamo 25 secoli di storia dell’umanità e vediamo quale concetto di verità aveva elaborato Luigi Pirandello. Nella novella “la signora Frola e il signor Ponza, suo genero” e nella sua trasposizione teatrale “Così è se vi pare”, lo scrittore e drammaturgo, che forse meglio di ogni altro suo contemporaneo ha saputo interpretare le ansie e le angosce del genere umano, ci pone di fronte a due verità, quella della suocera e quella del genero, entrambe ampiamente sostenute da elementi apparentemente oggettivi e da argomentazioni assennate, per cui, inevitabilmente, se uno dei due soggetti dice il vero, l’altro non può che essere pazzo.
L’ansia di conoscere a qualsiasi costo la verità non si placa nei personaggi della novella con la sola eccezione del “Laudisi”, il quale sposa la tesi del relativismo conoscitivo che fu dei Sofisti: non esiste una verità oggettiva, perché ognuno ha la sua verità, che nasce dal suo modo soggettivo di vedere le cose.
Io non mi sento di condividere questa scelta pirandelliana.
Anche se la verità e sfuggevole, rinunciare a ricercarla con tutti i mezzi è autolesionismo allo stato puro!
Anche se farà soffrire, la verità va sempre ricercata. Essa è come l’alcool su una ferita aperta: brucia, ma la fa cicatrizzare.
E’ possibile che durante la ricerca della verità ci imbatteremo in qualcosa che ci farà soffrire, forse qualche nostra convinzione vacillerà e qualche nostro idolo crollerà: è il prezzo che si deve pagare, perché, come diceva Georg Lichtenberg “è impossibile portare la fiaccola della verità in mezzo alla folla senza bruciare qua e là una barba o una parrucca”.
La verità può dispiacere soltanto a chi nasconde scheletri che rischiano di essere portati alla luce, come lo specchio può dispiacere allo sfregiato.
La ricerca della verità è, infine, un atto di coraggio: come ebbe a dire Massimo Gramellini (“Fai bei sogni 2012”), “solo i vili preferiscono ignorarla, per non soffrire, per non guarire. Perché altrimenti diventerebbero quello che hanno paura di essere: completamente vivi”.

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