CARITA’ – RIFLESSIONI

San PaoloQuando San Paolo scrisse quella bellissima pagina di testimonianza di Fede ed apostolato, nota come “elogio della Carità”, fiore all’occhiello della prima lettera ai Corinzi (Cap. 13, 1-13), si è soffermato sull’importanza di un sentimento che, nella lingua greca dell’epoca, ha chiamato con un nome – “Agápe” (αγάπη) – che racchiude in se significati ampi e complessi che, in buona misura, si sono impoveriti per effetto della traduzione in altre lingue.
Questa mia riflessione ha lo scopo di restituire al termine Carità il suo significato originario in tutta la sua interezza.
In questi ultimi anni sentiamo parlare spesso di “carità” sull’onda dell’emozione che suscitano i viaggi della speranza di migliaia e migliaia di migranti, costretti a lasciare le loro case, i loro affetti ed il loro Paese, per sfuggire alla fame, alla miseria ed alle guerre ed a rischiare la vita durante la traversata del Mediterraneo a bordo di mezzi di galleggiamento inaffidabili, sempre più frequentemente soggetti a naufragio.
Anche se il termine “carità” è sulla bocca di tutti il significato che ad esso ognuno di noi assegna non è univoco.
Nella stragrande maggioranza dei casi è utilizzato per indicare sentimenti come la compassione affettuosa, la commiserazione e la pietà che, a loro volta inducono le persone più “sensibili” ad elargire qualcosa di proprio a chi è nel bisogno, per cui, sul piano della concretezza, la carità si esaurisce in un gesto di “elemosina”.
Questa interpretazione del termine Carità consegue al testo latino della lettera di San Paolo ai Corinzi, ove il termine originario “Agápe” è stato tradotto in “Caritas” che, a sua volta, discende da “Carus”, cioè “caro” riferito a persona verso cui si nutre affetto, compassione, pietà, e, di conseguenza, predisposizione a soccorrerla quando versa nel bisogno.
Sotto questo profilo il termine latino “carus” richiama quello greco “Chàris” con cui si indica quello stato di “grazia” che predispone chi ne è detentore a elargire gioia, serenità e felicità a chi gli è vicino.
E’ soltanto per questo motivo che San Paolo considera l’Agápe la più importante delle tre virtù teologali, superiore alla stessa Fede ed alla Speranza?
No, il motivo è un altro: la Carità per San Paolo supera in qualità tutti i comandamenti e le virtù, perché il termine rappresenta l’Amore che Dio nutre per l’Uomo il quale, a sua volta, è richiesto di nutrire lo stesso sentimento nei confronti del proprio prossimo.
Essa realizza la più alta perfezione dello spirito umano, in quanto al contempo rispecchia e glorifica la natura di Dio e, nelle sue forme più estreme, può raggiungere il sacrificio di sé. Ne è esempio il sacrificio di Cristo sulla Croce in favore dell’intera umanità.
L’Agἀpe, sia per i primi Cristiani che successivamente per i neoplatonici, rappresentava l’Amore disinteressato, senza secondi fini, qualcosa di radicalmente diverso rispetto all’amore profano che chiamavano con il termine “Eros” (Έρως), qualcosa di più della semplice amicizia (“philia”), e quindi, più ancora che un sentimento, l’Agἀpe era una virtù, uno stato spirituale di grazia.
Noi oggi viviamo in una Società multietnica e multiculturale e l’unico modo per dialogare e confrontarci fra noi è quello di utilizzare un linguaggio da tutti condiviso ed una terminologia a tutti accessibile, soprattutto a chi non condivide la nostra Fede e professa un Credo diverso oppure è ateo o agnostico.
Senza minimamente dimenticarci degli Insegnamenti del Divin Maestro, dobbiamo proporci ai nostri simili ponendo come oggetto di discussione qualcosa che rappresenti il comune denominatore di tutte le Religioni e di tutti i pensieri filosofici che si fondano sulla “ragione”, cioè l’Uomo.
La legge morale del laico mantiene inalterato il concetto di amore disinteressato insito nei termini Agἀpe-Carità e lo rende operativo non limitandosi a soccorrere chi è nel bisogno, ma spingendosi fino a cercare di rimuovere le cause che hanno provocato nel proprio simile il disagio ed il bisogno.
Questa totale “condivisione di responsabilità” rappresenta la massima espressione dell’Agἀpe e la parte più nobile del patrimonio intellettivo di colui – laico o religioso – che si prefigge di ben operare.
Se nel laico la Carità può essere considerata una virtù, nel Credente di Fede Cristiano-Cattolica rappresenta il primo di tutti i Comandamenti.
L’Italia vanta quasi il 65% di cattolici, ma quanti di questi sono praticanti?
La nostra è una “vita cristiana di cosmetica, di apparenza o è una vita cristiana con la fede operosa nella carità?”.
Questa domanda se l’è posta tempo fa Papa Francesco al termine dell’omelia della Messa del mattino, celebrata in Casa S. Marta.
La fede, ha affermato il Papa, “non è soltanto recitare il Credo”, ma chiede di staccarsi da avidità e cupidigia per saper donare agli altri, specie se poveri.
La fede non ha bisogno di apparire, ma di essere. Non ha bisogno di essere ammantata di cortesie, specie se ipocrite, quanto di un cuore capace di amare in modo genuino.
La Fede non è osservanza cieca della Legge, come quella del fariseo che si stupisce del Maestro che non compie le abluzioni prescritte prima di mangiare, ma osservanza “intelligente”, al riparo da ogni forma di fondamentalismo religioso.
Saverio Orlando

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